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Gioco sporco

GIOCO SPORCO

Se non vi è rimasta molta anima e lo sapete, vi resta ancora dell'anima.

CHARLES BUKOWSKI

 

Dicembre.

Ogni notte di questo mese di merda è sempre più lunga.

Soprattutto questa notte.

Me ne accorgo quando capisco che il cielo che scorgo tra i palazzi non è nero per le fottute colonne di fumo che si alzano da nove ore. È nero perché è notte. Riesco quasi a vedere qualche stella.

Ma i polmoni bruciano, e mi ributtano per strada, via dal cielo. Non importa, mi dico, non importa, continua a correre e non ti succede un cazzo. Corri. Fai quello che devi e arrivi a domani.

Continuo a ripetermelo anche se so che un manganello potrebbe trasformarmi in una maschera di sangue in un battito di ciglia.

 

Mi prendono una sera di ottobre.

Un vicolo buio, in terra merda e piscio e rimasugli di roba da buttarsi nel braccio. La ragazza è magrebina, una maga con la bocca, me l’avevano detto. Le manca metà dei denti, ma tanto è brava che non li vedo, i maledetti lampeggianti. Sbirri: sono tre o quattro, e neanche lo sanno perché mi buttano dentro, ma è quello che fanno di solito. E sono pure fortunati perché qualcosa mi trovano, nel taschino. La ragazza invece non la prendono. 'Fanculo.

Alla guardia di turno gli cade il mio portafogli mentre se lo rigira fra le dita chiedendomi da quando in qua i rastoni, sporche zecche come me, vanno in giro col portafogli firmato. Quasi gli sputo in faccia.

Fabietto, la faccia tonda e bella, fa capolino, sorride attraverso la tasca interna mentre lo abbraccio: tre estati fa, una delle ultime volte che l’ho visto. L’ultima foto che ho fatto con mio nipote, non so perché ma nei momenti di merda la testa torna sempre lì. E basta.

La perquisa finisce veloce, e stavolta non mi mettono neanche il dito in culo. Non è poco, ma non ringrazio: magari ci ripensano.

Non mi portano al gabbio e non mi chiedo perché. Mi tengono lì un paio di giorni, mi fanno fare il giro delle stanzette piccole e polverose. Pulotti diversi ogni volta, nessuno in divisa. Mi chiedono a rotazione dei trenta grammi di paradiso che mi hanno trovato nel taschino: e io mica lo so come c’è finito un pezzo di paradiso nel mio taschino, rispondo. Nessuno sa davvero perché mi chiede quello che mi chiede: non gliene può fregare di meno.

Qualcosa non torna.

 

Le ultime ore sono passate come il vento. Quegli stupidissimi slogan, le marce, poi i primi coglioni in passamontagna, le prime cariche, i passanti che scappano, quei fottuti giornalisti che non finiscono mai.

È scoppiato tutto con armonia disastrosa, sanguinaria, quasi non potesse succedere altro. Ed era così. Troppa rabbia e troppi bastoni.

Ritorno sulla terra: migliaia di passi dietro di me, sassi che volano, urla, fiamme nel cielo. Fa freddo, ma il giubbotto pesa lo stesso, e ancora di più pesa quello che c’è nel giubbotto. Vorrei toglierlo, usarlo, farla finita e tornare a casa. Ma niente.

Non è il momento, direbbe il maresciallo.

 

Una mattina mi portano in una stanza più grande, lunga e stretta, una di quelle con il tavolo di legno e le finestre grandi e le sedie comode. Neanche mi fanno lavare la faccia, tanto hanno fretta. Un paio di sbirri mi stanno accanto, quasi avessi voglia di rigare quel bel tavolo lucido e loro fossero lì, pronti e scattanti a fermarmi e a spezzarmi il polso. Uno di loro mi stringe la giubba, ma guarda fisso un punto lontano, lo vedo che non se ne accorge. Gli viene così, da sé.

La porta si apre, un omone grasso si siede nel posto accanto a me. Questo è in divisa, un pezzo grosso che lo capisci a un chilometro, e butta sul tavolo il cappello scuro con la fiamma. Si passa la mano in faccia, si slaccia la giacca e dice buongiorno. Io ciondolo sulla sedia imbottita, mi passo una mano fra i dread intrecciati e umidi e dico buongiorno. Il maresciallo fa un cenno ai due alle mie spalle e quelli se ne vanno.

Sei giovane, dice appena la porta si richiude.

E io zitto.

Bellino bellino, dice avvicinandosi. Più bellino del mi’ figliolo.

E io zitto. Mi passa le mani sopra il piercing sul labbro, fa scivolare le dita sull’orecchino a cono.

Ma perché vi riducete così? Io mica lo capisco, sussurra. Un bel ragazzino come te, con la faccia piena di stronzetti di ferro. Che spreco del cazzo.

E io zitto, anche se voglio spaccargli la testa a 'sto porco di maresciallo. Lui si allunga sulla sedia, comincia a lisciare il cappello sul tavolo.

Sei più che giovane: sei piccolo, dico bene? Hai detto diciassette ma te ne do al massimo quindici.

Se ho detto diciassette sono diciassette, replico io.

Non sei furbo, sorride il maresciallo. Per niente. Ma sono dell’idea che a dieci come a cinquant’anni ognuno faccia quello che fa perché vuole, non perché deve. Nessuno deve mai far niente, ma tutti lo fanno perché conviene.

Non capisco dove vuole andare a parare, mi innervosisco, mi agito sulla sedia. Ma sto zitto.

Ascolta, piccolo, dice il maresciallo togliendosi un peletto da quella boccuccia oscena. Diciamo che c’è un modo per non finire dentro, riformatorio o quello che è. Sei interessato?

Sto ancora zitto, non riesco a guardarlo, ma serro la mascella. Cerco dentro di me la forza di mandarlo affanculo, ma è persa nel niente che mi consuma, e allora continuo a star zitto.

Be’, dice il maresciallo, diciamo che io parlo e tu ascolti. Sei giovane e ne conosci un sacco, di giovani, o sbaglio? Avrai parecchi amici al liceo, e qualcuno pure all’università. Dico bene?

Non voglio più ascoltare ma lo faccio, perché ripenso alla foto con Fabietto mio.

E se non sbaglio e conosci un sacco di giovani, conoscerai anche un sacco di studenti, saprai del casino che c’è in giro ma non immagini il casino che ci sarà tra un mesetto, e tra due anche peggio, credimi. I giovani, gli studenti, bla bla bla…

Lo ascolto. Parola per parola, cazzata dopo cazzata. Lo ascolto e lo faccio per Fabietto, mi ripeto sopra le parole del maresciallo, per lui e solo per lui. Mica riesco a crederci. Da tanto tempo non credo a me stesso.

Il maresciallo dice quello che dice, e io dico sì, firmo qualche foglio e in dieci minuti sono fuori. L’aria della città è gialla e fredda. I polmoni la succhiano avidi.

Mi vengono in mente la magrebina di quella notte e i venti euro che non le ho dato.

 

Sfioro camionette lanciate a tutta velocità contro i dimostranti.

Pesto cartelli con scritte a pennello e lustrini, schiacciati e impastati di sangue.

Mi aggrappo ad ambulanze per fare qualche metro poi scappo veloce, cercando di farmi seguire da quelli che non sono armati.

Tiro calci ai caschi sgargianti comprati da bravi papà alle loro brave figliole con il sudore di centottanta ore in fabbrica. Caschi lanciati senza pensare, senza valore, contro le grate cieche delle camionette messe di lato sulla strada. Caschi persi senza un perché.

Mi guardo intorno: la carica grossa non è ancora arrivata. Quattro o cinque ragazzi che avranno o no sedici anni, a qualche passo da me, imbavagliati come stronzi, tirano roba contro le camionette blu a venti metri da loro. Questi li caricano subito, saranno sì e no dieci agenti.

Penso troppo, corro troppo.

Non. È. Il. Momento.

 

Novembre passa in fretta.

Mi ritrovo in mezzo a riunioni, convegni. Siamo tanti. Molti di più di quanto immaginavo. Io non sono mai stato per 'ste cose, la politica, l’impegno. Sei superficiale, diceva mia mamma. Sei pigro, dicevano le suore. Non è questo: io lo so che ti fottono ugualmente. Lo so. Non mi illudo. Per quanto ti impegni, alla fine è sempre un: bravo, complimenti, c’hai provato a cambiare le cose, bravo davvero, ora metti il culo in aria, per favore.

Primo pomeriggio. L’aula magna dell’università è gremita di ragazzi e ragazze, dai sedici ai ventiquattro/venticinque: da chi fa tutto per moda a chi non riesce a darci un taglio e accettare che sprecare tempo fa parte del gioco. Striscioni ovunque, tagliati male, scritti peggio. Puzzo pesante di ganja e sigarette.

Qualcuno mi guarda, altri proprio mi fissano, e subito penso: merda, sanno chi sono, cosa ci faccio qui, quante volte piscio al giorno. Ho paura per un attimo e tanto basta: mi passo una mano dietro la schiena, per aggiustare i dread che ciondolano scomposti. Forse cerco solo di dire a chi mi fissa: sono uno di voi, cazzo, guardate qui. Non sono uno spione di merda per un grassone fascista. Non io.

 

Boom.

Un altro botto. Un’altra esplosione. Una al secondo. C’ho quasi fatto l’abitudine. Neanche mi abbasso più, a momenti. Fabietto mio, spero tanto tu sia lontano da qui. A un milione di miglia da questo gioco al massacro.

Giro un angolo strusciando contro la pietra ruvida di un palazzo vecchio, uno di quelli con la storia dentro, e mi accorgo subito della vernice sulle dita, bastardi fottuti, 'sti cazzo di teppisti. La mia città, la mia bella città, che, cioè, mia non è, che sono nato a Caserta, ma insomma.

Finora ho portato solo un paio di gruppi cattivi e qualche studentello in un vicolo cieco, in bocca ai celerini di merda. Ma è per questo che il maresciallo mi paga e non mi fa ingabbiare. Per questo e per un’altra cosa.

I celerini vedono gli stivali, mi prendono, mi ammanettano, non mi toccano. Mi portano dietro un angolo e mi liberano, e io corro. Corro sempre.

 

Torno ad ascoltare il comizio, perché questo è. Me ne parlava mio zio dei comizi seri, negli anni degli scontri di piazza, dove ogni giorno la pula ti gonfiava indistintamente: barbuto con la maglietta rossa, o liscio col pellicciotto, o vecchio e storpio. Tutto è cambiato. Tutto tranne i pulotti, e questo l’ho capito la seconda volta che ho incontrato il maresciallo.

Eravamo in un’altra caserma, un po’ fuori mano, mi passano a prendere a casa e mi ammanettano per tirare avanti la commedia. Passo negli uffici, un vecchio in divisa blu mi trascina, e quei fascisti mi guardano tutti come se fossi un maiale in giacca e cravatta. Uno di loro si spinge la lingua contro la guancia e mi fissa.

L’ufficio è piccolo e polveroso, il maresciallo mi passa una lista, date e foto e nomi, vai qui, vai qua, conosci questo, attacca discorso con quello e, oh, fai il bravo altrimenti ti apro il culo. Quando e dove fanno casino. Come e perché. Altrimenti ti scordi di cosa sa l’ossigeno.

Ogni parola del maresciallo è un chiodo nella testa, non me la dimentico e mi fa sobbalzare quando ci ripenso.

Dammi notizie, dammi qualcosa di buono, dammi roba.

Dammi roba. È una parola, penso. Nessun casino organizzato o altro, ma si capisce che qualcuno vuole alzare le mani e accendere fuochi. C’è tanta rabbia, quella sì, per un futuro che è dietro l’angolo, pronto, con una mazza ferrata da darci sulla testa. Tanta rabbia che spruzza da fauci senza rughe. Rabbia che tengono stretta, perché coglioni non sono e lo sanno che c’è qualcuno nel mezzo di questa folla di ragazzini che tanto ragazzino non è. Comunque per parlare parlano, e mica è colpa mia se non dicono molto. Prendo appunti sul cellulare, un vecchio Nokia pagato coi soldi che dovevo dare a quella magrebina. Digito, abbrevio, ai nanetti intorno a me sembra che io scriva un messaggio, poi salvo tutto in bozze. Alzo gli occhi è c’è una di quelli nelle foto della lista. Faccio finta di inciampare, attacco bottone, il tempo passa, il comizio finisce, ce ne adiamo, una, due birre, scopro qualcosa, ma poca roba: meglio di niente. Prendo appunti mentre lei è fatta come un tulipano, sdraiata sul suo letto da una piazza e mezzo giù alle case popolari. Il letto è macchiato di chissà cosa. Mi stufo, butto via il telefono, le alzo la gonna e mi metto al lavoro. Lei dorme, io finisco. Mi pulisco sulla coperta blu e oro, fra una nuvoletta e l’altra.

 

Mi infilo in un vicolo, pesto larve umane mugolanti e sanguinanti. Mi mandano affanculo, mi chiamano fascista. C’è puzza di bruciato. Mi sforzo e passo: devo arrivare alla piazza.

Mi chiamano fascista perché mi sono tagliato i dread, come ha detto il maresciallo, perché in mezzo al casino c’è caso che me li afferrano o mi pigliano fuoco per una scintilla fottuta, stoppacciosi come sono. È finito il tempo dei rastoni, mi sono detto, e mi sono rapato a zero.

Mi sporgo oltre il bordo del vicolo: ecco la piazza.

 

Incontro il maresciallo per la terza volta un venerdì mattina. Pensavo venisse lui a casa mia, ma è troppo pericoloso, dice. La discarica, propongo io. Mai fuori, dice lui. Salgo sulla mia Graziella arrugginita e in dieci minuti sono al buco concordato, alzo la saracinesca, e lui è lì da solo. Mi allunga uno Swatch anni ’90 color crema, orrendo, e un paio di stivaletti verdi. Ti serviranno al momento giusto, nel casino, per essere riconosciuto e gonfiato un po’ di meno. Poi mi allunga un’altra cosa, dentro una busta di carta. È pesante, la tolgo dalla busta. Io sbianco. Guarda l’orologio e se ne va, dicendo qualcosa che non sento.

Ho ventidue anni anche se non sembra: poca barba, tanti capelli e pochi muscoli. Il mio culo non è arrosto per questo, perché non sembro chi sono. Non so se il maresciallo bluffa, o se aspetta per tirare in ballo l’età per tirare l’acqua all’ultimo secondo, quando gli farà più comodo. Non so davvero. Invece so a che cazzo serve tutto quello che mi ha dato. Lo so bene: sono un coglione ma fino a un certo punto.

 

Nella piazza le figure si distinguono a malapena. Forse c’è gente a terra. Laggiù qualche pulotto ha accerchiato uno o due pischelli, manganellate come se piovesse. Prendo fiato, mi metto la sciarpa sul naso e corro verso un lampione piegato, chissà come hanno fatto. Mi butto contro il muro a destra del lampione e mi ci struscio, mi appoggio fino alla prima porta. Troppo pesante: solo nei film la sfondano a calci. Laggiù. Un’apertura fra due palazzi. Mi ci butto, annaspo. Mi appoggio al muro con la schiena giusto in tempo: un’ambulanza quasi mi investe. Ha le sirene spiegate e manco l’ho sentita.

Qualcuno si avvicina, una ragazzetta bassa mi si butta accanto, si appiattisce contro i mattoni rossi proprio quando due botti in mezzo alla piazza fanno tremare tutto. Erano forti, vicini. La ragazzetta è coperta di polvere e schizzi di qualcosa. Indossa jeans strappati sotto una gonnella nera e stropicciata. Sopra ha un giubbotto pesante, da montagna. Dalla kefia che le copre il volto spuntano due cuffie che le si infilano nelle orecchie, sotto i capelli viola e corti. Riconosco la musica che ne esce: “The Pretender” dei Foo Fighters. Roba tosta, che ti carica. La ragazzetta impreca qualcosa tipo “lo zaino!” e si ributta in mezzo al casino.

Non mi ha guardato neanche una volta.

 

Mi viene voglia di parlare con Fabietto, mi riguardo un attimo la foto e provo a raggiungerlo al telefono. Quella troia di Mara, la moglie di mio fratello Gigi, non vuole che ci parli. Non vuole che prenda una brutta strada, che già ultimamente…

Non la faccio finire di parlare, la mando a morire ammazzata e le sbatto la cornetta in faccia. Esco dalla vecchia cabina della Sip incazzato nero e torno a casa.

Mi infilo lo Swatch anni ’90 fra le dita, tipo tirapugni, come mi ha insegnato mio zio. Le asticelle del cinturino mi pizzicano le nocche. Faccio qualche prova su un cuscino blu con una stampa sbiadita di Paperino. Cazzotti per venti, trenta, quaranta minuti. Non penso a niente, comincio a sudare. Un filo rimane impigliato e sfilaccio il cuscino in una linea dritta. Paperino ha la gola tagliata.

Quello che c’è nella busta invece non lo tocco, lo lascio lì, sotto il lavandino, fin quando il maresciallo non mi dice esattamente che farci. Apro il portafoglio, lo lascio in piedi sul comodino, serve a ricordarmi che lo faccio per te, Fabietto mio, per il tuo futuro. Chissà ora dove sei, che fai.

 

Boom.

Scoppia un petardo a tre metri da me, finisco col culo per terra, in mezzo al vicoletto sudicio e con un fischio secco che mi trapana il cervello. Non sento più. Tutto gira. Mi viene da vomitare.

Sento mani che mi tastano e voci che rimbalzano nella testa.

Mi alzano in piedi, cerco di mettere a fuoco, mi trascinano bruscamente, non so che sta succedendo. Mi fermano, mi buttano contro il muro, mi schiaffeggiano. Non mi reggo in piedi.

Ehi, coglioncello, dice una voce roca.

 

Passano i giorni, fa sempre più freddo ma io sento solo caldo e crampi allo stomaco. Ritorno in mezzo a riunioni in aule universitarie, in mezzo a piazze umide di pioggia e parchi di periferia spazzati dal vento freddo.

Quando i ragazzi parlano, in piedi su una panchina piena di merde di piccione o su una cattedra in un’aula luminosa e scrostata, penso a un ubriaco che cerca di togliersi le lenti a contatto: già è tanto se non si cava un occhio, il coglione.

Mi guardo intorno e non provo niente, per nessuno di loro, né per le fighette vestite da maschio che non me lo farebbero rizzare neanche se limonano fra loro, né per i quattrocchi che cercano di darsi uno stile facendosi la cresta o portando camice strappate e sciarpe sdrucite sopra sciarpe logore sopra sciarpe sporche. Non me ne frega un cazzo, e per questo rifletto su dicembre e su come farò bene il mio lavoro. Lavoro, porca puttana. Intanto prendo qualche altro appunto. Memorizzo, ripasso.

 

Metto a fuoco quello che mi ha raccolto: mi fisso sul casco antisommossa, sul giubbotto sportivo blu scuro e sulla faccia di cuoio.

Te devi essere uno dei ragazzi del maresciallo, dice lui. Se è così, ed è così perché quegli stivaletti non li vendono da Footlocker, hai del lavoro da fare. E hai pure avuto un culo colossale che t’ho visto. Se non passavo io ma una di quelle bestie chissà dove ti portavano.

Mi trascina via, mi regge per il braccio come un prigioniero. Qualcuno ci passa accanto e il pulotto gli tira una manganellata. Lo prende di striscio. Era un ragazzino, corre veloce. Si massaggia la coscia.

Mi riprendo poco alla volta mentre lo sbirro parla e parla e parla, cazzo, smettila.

Sì, vorrei dirgli, sono uno dei ragazzi del maresciallo, ma non sai che mi ha detto di fare il maresciallo. Non lo immagini, bello, perché se lo sapessi mi staresti lontano.

 

La bicicletta me la fottono a una delle riunioni. Faccio cinque chilometri a piedi prima di trovare una fermata del bus non soppressa. A casa, sotto la porta, trovo una busta sottile. Altri fogli, indirizzi, nomi. Dentro i fogli, duecento euro in pezzi da dieci. Un incentivo, immagino. Il maresciallo è un uomo di parola, comincio a pensare. A dire il vero: non so che pensare.

Lo faccio per i soldi?

Per Fabietto?

Per tutti quegli stronzetti senza futuro?

Per me. Lo faccio per me.

 

Siamo in mezzo a un viale largo, deserto. I rumori sono attutiti, il casino è lontano. Fermo lo sbirro, gli faccio cenno di aspettare, mi appoggio all’angolo di un altro stramaledettissimo vicolo. Lui si avvicina, si guarda intorno mentre mi dice qualcosa. Non lo ascolto e faccio scivolare lo Swatch sulle nocche mentre mi dà le spalle.

Ora ci siamo.

Lo tiro nel vicolo, non so manco con che forza. Lui non si regge in piedi, grugnisce, lo atterro, lo giro, gli spacco l’orologio sulla bocca. Sangue e denti schizzano ovunque. Grido, il dolore alla mano è tremendo: l’orologio è tutt’uno con le nocche in poltiglia. Porca troia che male. Il pulotto mugugna, è stordito, a terra, sotto shock. Prova a dire qualcosa come maresciallo, ma la perdo fra la bile e il sangue che gli sgorgano dalla bocca e dal mento spaccato. Non riesco a non guardarlo. Mi tocco il giubbotto. Non ce la faccio.

Allora giro l’angolo, corro per dieci metri e mi sfilo l’orologio dalla mano: gli ingranaggi si sono attaccati ai peli, i vetri sono tutt’uno con i nervi. Provo a non gridare, ma a non piangere neanche ci provo. Quando finisco, butto a terra quella brodaglia di plastica e sangue, ben sapendo che il maresciallo ci metterà due secondi a capire chi ha fatto cosa in quel vicolo. Tutto secondo i piani.

Fallo, coglione, o ti fotti la vita.

 

Continuo a pensare al maresciallo e a tutte 'ste stronzate anche quando scendo all’angolo del mio palazzo con il viale, passo sotto i lampioni e comincio a parlare con una troia. Sessanta, chiede lei. La faccio salire su da me. Me lo faccio succhiare due volte, alla fine le do venti euro in più, tanto paga Pantalone. Se ne va chiudendo piano la porta. Mi accendo una sigaretta. La guardo dalla finestra, quando esce dal portone. L’ho riconosciuta quando me lo succhiava per la seconda volta, prima no. I venti euro non erano in più, erano i suoi. Spero mi abbia riconosciuto.

La vedo girare l’angolo, butto la sigaretta in terra e corro al cesso a vomitare.

I crampi, sempre più forti.

 

Torno nel vicolo buttando fuori tutta l’aria che ho nei polmoni, asciugandomi gli occhi, tremando. Il pulotto striscia in mezzo ai sacchi dell’immondizia e agli scatoloni rotti. Cerca di prendere il manganello. Tiro fuori la Beretta, giro lo sbirro e gli sparo in faccia.

Il sangue mi schizza un po’ addosso un po’ sulla visiera del casco. Il braccio trema. Vomito. Mi piscio addosso.

Ma non ho più crampi allo stomaco. Sono finiti.

 

Sono finiti.

Mi riprendo e mi guardo intorno. Lo sparo è stato un botto come tanti. Tolgo il caricatore come ha detto il maresciallo. Butto la pistola sul poliziotto: rimbalza un po’ sulla pancia. Tolgo due proiettili dal caricatore e lo lascio cadere a terra. I proiettili me li intasco.

Torno verso il casino. Tiro fuori il portafogli. È vuoto, ho lasciato i due spicci che avevo a casa. Non si va a fare la guerra con il portafogli pieno. Guardo Fabietto e capisco che ora viene la parte difficile, e che non vale la pena.

Un vortice di pensieri mi spacca il cervello. Vomito di nuovo.

Bella cazzata, mi dico. Ammazzare uno dei tuoi, dare la colpa a dei ragazzini che di sicuro farai passare per associati a delinquere e ampliare il tuo spazio di manovra. Ci guadagni tanto, maresciallo. Sei furbo, penso, e mi sento un burattino. Mi sento di merda, altroché.

Poi mi ricordo che ho il culo coperto e mi sento meglio.

La prima cosa che faccio domani è andare a casa di mio fratello. Abbraccio lui, quella troia di Mara e passo il pomeriggio con Fabietto. Non me ne frega del resto. E penso anche a un bel regalo da fargli, che è quasi Natale. Domani.

Ma ora è ora, quindi mi muovo. Finiamo questa storia.

Mi ripulisco la bocca e torno in piazza. Sono vicino, il pulotto non mi ha trascinato per molto. In piazza è ancora nebbia piena, le luci sfocate vanno e vengono. Meno casino, non mi sembra di vedere pulotti, qualcuno si muove veloce. In lontananza, un carrello della spesa infuocato rischiara il fumo marrone e spesso. Pesto qualcosa di morbido. Un altro morto, penso.

Invece è uno zaino.

Che culo. È quello della ragazzetta di prima. Ma manca la ragazzetta. Ho il seme, ho l’ovulo, manca la mammina. Prendo lo zaino, guardo in giro, gli angoli bui non mancano. Io ne scovo uno e mi ci butto, dietro un cassonetto mezzo bruciato, ormai spento e ricoperto di schiuma giallastra. C’è tanta puzza di immondizia da farmi urlare. Tolgo i proiettili dalla tasca dei jeans, apro la zip dello zaino e li lascio cadere dentro, tra qualche libro ancora incellofanato e un astuccio logoro. Sembra uno zaino da maschio.

Botti in lontananza. Sirene. Sempre più vicine. Se li spingono in piazza ho poco, pochissimo tempo. Male che vada lascio lo zaino in bella vista e me la filo, penso.

Poi la vedo muoversi in mezzo alla nebbia. È la ragazzetta di prima. Magari lo zaino che ho in mano non è il suo, ma tanto vale provarci. Sono stanco, voglio solo andare a casa. E per farlo devo fottere a vita una piccola rivoltosa, penso mentre esco dall’anfratto buio.

Ehi, urlo. Lei si ferma, impaurita, quasi corre via. La blocco dicendo che ho il suo zaino, sono quello del vicolo di prima. Niente paura. Lei si avvicina, timorosa. Si allunga nella nebbia, sta per prenderlo.

Un grido lontano. Un botto. Caos a destra, nella piazza. Una sirena, sempre più vicina.

Piccole figure indistinte si agitano, bucano il fumo verso il centro della piazza, si disperdono inseguite da figure più grosse e armate di manganelli neri come il catrame. Vedo una camionetta ribaltarsi nel momento in cui le fiamme avvampano. Le bombe carta non bastano, serve qualche molotov. Piccoli pezzi di merda.

La ragazzina mi strappa lo zaino di mano e scappa via. Dopo qualche metro si butta addosso a qualcuno, un ragazzetto, anche lui con la kefia sul volto e i capelli rossicci unti e bagnati di…

Stop.

Ferma tutto: qualcosa non torna.

La ragazza passa lo zaino al ragazzo e scappano verso le scalinate grosse, piatte e antiche che portano ai giardini, dove la nebbia non c’è. Mi ripeto che qualcosa non torna e gli corro dietro.

Ehi, ehi, fermi, urlo io. Non mi sentono. Evito qualche cazzone che perde sangue e mi accorgo che la carica dei celerini è lontana. Dunque, il piano è questo: fermo i due, capisco cos’è che non va e me la filo. Anche se non dovrei farmi vedere in faccia. Ma devo sapere.

Sbocchiamo in quaranta dalle scalinate, tutti a correre da parti diverse. Sbatto la mano sanguinante contro qualcuno. Grugnisco di dolore, stringo i denti. Seguo i due coglioncelli con l’occhio, perché quello zaino lo riconosco a mille miglia di distanza. Ma più gli urlo e meno si fermano.

Li raggiungo in mezzo al prato, fra le sequoie e i chioschetti chiusi. Mi butto su di lei, lui mi dà qualche calcio nelle costole, lei mi tira un calcio in faccia e quei cazzo di anfibi mi spaccano il naso. Grido come un animale, e non li vedo scappare, ma sento i loro passi scoppiettare sulla ghiaia.

Poi voci, luci, botti, altre urla, vicinissimi.

Riapro gli occhi, e oltre la mia mano spappolata vedo un gruppo di pulotti, agghindati per l’occasione, manganellare lui ben bene, e piantare la faccia di lei sulla sequoia più vicina. Un paio di sbirri mi corrono incontro, pistole alla mano. Alzo le mani, quelli mi buttano sulla ghiaia e mi ammanettano, e io non riesco a non guardare i ragazzetti e lo zaino che li inchioda per qualcosa che non hanno fatto.

I pulotti si chinano su di me: buon lavoro, mi dicono, ti abbiamo tenuto d’occhio. Sei una zecca furba. Ti sei guadagnato la libertà. E questo è da parte del maresciallo, dice un terzo di cui non mi ero accorto e che mi mette qualcosa di frusciante nella tasca del giubbotto.

Non li ascolto.

Non sento niente perché tutto rallenta e tutto rallenta perché non riesco a non guardare i ragazzetti perché quello che non tornava ora torna.

Quel viso.

No.

Dio no, mi sento dire.

Il volto di Fabietto, meno rotondo di quello nella foto, è una maschera di sangue. La kefia è scivolata giù, rossa, tutta impregnata. Fabietto grida a bocca aperta, l’occhio che è messo peggio è il destro, forse lo perderà. Grida alla ragazzetta che è immobile, scomposta, a terra. Sulla quercia: sangue scuro, nero alla luce delle torce. Non penso a niente mentre vedo tutto questo e comincio a sentire in gola il sapore del sangue e a gridare. Ma non capisco, non capisco se sono io che grido o le sirene che strappano la notte ingorda di fumo.

Non capisco.

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