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“I partigiani di vite in cambio”: una storia di eroismo che arriva dal 1944

La Fondazione Guido d’Arezzo rende omaggio al lavoro di Gallorini che è riuscito a rendere nota la vicenda di Giovan Battista Mineo e Giuseppe Rosadi. Con l’autore interverranno Alessandro Ghinelli, Ivo Biagianti e Alberto Negrin

Parla di guerra, di altruismo e di coraggio la storia che arriva dal 1944 e che viene raccontata nel volume “I partigiani di vite in cambio”, il libro di Santino Gallorini che sarà presentato ad Arezzo il prossimo sabato 30 marzo alle 17 all Teatro Pietro Aretino. Ingresso libero.

L’appuntamento organizzato dalla Fondazione Guido d’Arezzo in collaborazione con il Comune di Arezzo vuole rendere omaggio al lavoro di Gallorini che, grazie alla pubblicazione di questo volume, è riuscito a rendere nota la vicenda di Giovan Battista Mineo e Giuseppe Rosadi, due partigiani ai quali lo scorso ottobre 2018 il presidente della Repubblica Italiana ha concesso la medaglia di bronzo al valor militare per essersi resi protagonisti di un’operazione che permise di salvare 200 persone nella frazione della Chiassa.

Alla presentazione del libro di Santino Gallorini interverranno il sindaco e presidente della Fondazione Guido d’Arezzo Alessandro Ghinelli, Ivo Biagianti dell’Università degli Studi di Siena e Alberto Negrin regista cinematografico. Prevista la presenza dei familiari dei due partigiani e di alcune delle persone prese allora in ostaggio.

“Nelle pagine del libro di Santino Gallorini possiamo finalmente rivivere e fermare a futura memoria una vicenda di coraggio e altruismo per troppo tempo dimenticata e solo da pochi mesi onorata con il riconoscimento delle medaglie al valore. Una lettura intensa, che racconta un episodio drammatico illuminato dall'eroismo di due giovani di allora, che non esitarono a mettere in pericolo la propria vita per salvare quella di tante persone. Una 'storia piccola' nella 'storia grande', ma immensa per il suo valore" – dichiara il sindaco Alessandro Ghinelli.

Il 26 giugno 1944, una banda autonoma di partigiani slavi operante sulle montagne tra Arezzo e Anghiari, aveva preso prigioniero il colonnello Maximilian von Gablenz e il suo aiutante. Il comando tedesco di Arezzo organizzò un immediato rastrellamento, che portò alla cattura di oltre 500 persone che furono rinchiuse nella chiesa della Chiassa. Un ultimatum diramato nei paesi della zona concedeva 48 ore di tempo per la restituzione del colonnello, pena la fucilazione degli ostaggi, che intanto, grazie alla liberazione di molte donne e bambini, erano scesi a poco più di 200.

Il comando partigiano italiano della XXIII brigata garibaldina Pio Borri, avrebbe voluto far liberare il colonnello von Gablenz, ma non lo aveva a sua disposizione. Quando l’ultimatum stava per scadere un giovane partigiano siciliano, Giovan Battista Mineo, si presentò al comando tedesco e li convinse a concedere una proroga di 24 ore.

Mineo partì alla ricerca della banda di slavi e dopo estenuanti trattative, riuscì a farsi consegnare i due prigionieri. Visto che la strada era lunga e c’era il rischio di arrivare tardi, von Gablenz scrisse un biglietto e Mineo corse verso la Chiassa per consegnarlo ai comandanti tedeschi. Mineo era in vista della Chiassa, quando l’ultimatum stava per scadere e i primi ostaggi venivano portati fuori della chiesa per dare inizio alle fucilazioni.

Mineo si mise a urlare, alcuni soldati gli andarono incontro, lui mostrò il biglietto di von Gablenz e le fucilazioni furono sospese. Dopo un po’ di tempo arrivarono il colonnello con il suo aiutante, accompagnati da un altro partigiano, Giuseppe Rosadi. Von Gablenz ordinò che fossero liberati tutti gli ostaggi.

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