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Casa delle culture: non è solo una struttura ma è la città che si chiude in se stessa

Dichiarazione del capogruppo di Arezzo in Comune, Francesco Romizi

L'impossibilità di partecipare alla seduta di Consiglio Comunale non mi impedisce di apprendere dalle notizie che stanno susseguendosi che non sono bastati 520 cittadini, un movimento di associazioni del territorio, considerazioni di evidente buon senso dettate da ragioni politiche e amministrative a fare recedere la giunta Ghinelli dall’intento di dismettere l’esperienza della Casa delle culture.

D’altronde quando si parla di “cultura” a qualcuno, a suo tempo, veniva la tentazione di mettere mano alla fondina della pistola. D’altronde quando si parla di integrazione, i migliori argomenti che la destra nazionale e aretina sa offrire sono di derivazione ungherese. D’altronde la Casa delle culture sorge in un luogo adiacente a quel murales che fece dire al sindaco che “l’arte non fermerà il suo operato”.

Di sicuro questa città fa un altro passo indietro in termini di civiltà. Perché un conto è garantire sicurezza ai quartieri, dove chi delinque va ovviamente perseguito a prescindere dalla nazionalità, un conto è fare passare un messaggio di fondo reazionario alla Orbán: di steccati, di confini e fili spinati. Di chiusura per l’appunto. Di ripiegamento su se stessi, su un’identità inesistente che sta oramai soffocando, Fraternita docet, ogni ambito sociale. Arezzo non lo merita.

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