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Trecentosessantacinque

 TRECENTOSSESSANTACINQUE

 

Conduceva una vita regolare, monotona. Si svegliava presto, d’inverno era ancora buio e cominciava a prepararsi con grande cura. Era sempre elegantissima. Portava tailleur e cappotto, d’estate vestiti di seta a fantasia e larghi cappelli, una donna d’altri tempi. Spazzolava i lunghi capelli rossi, ne faceva uno chignon appuntato con uno spillone e indossava i collant che scivolavano sulle gambe snelle. Aggiustava la gonna, chiudeva la cerniera e sistemava le pieghe della camicetta. Poi passava al trucco: un velo di cipria, una passata di phard e un tratto deciso di eyeliner sulla rima dell’occhio,  infine il pennello del mascara che definisce ogni singolo ciglio e crea la magia di uno sguardo scuro e profondo. Potenza del maquillage! Due spruzzate del suo profumo sensuale, che le faceva venire in mente notti d’estate e fiori bagnati, ed era pronta.

Usciva dal suo attico in centro con gli occhiali scuri e s’incamminava lenta sul marciapiede verso la stazione, stesso tragitto ogni giorno, poche centinaia di metri in verità. Comprava il biglietto, ogni giorno una tratta diversa, e chiunque si sarebbe chiesto, così come se lo chiedevano i controllori che la notavano, perché non facesse un abbonamento, ma faceva tutto parte di un rituale.

Con i tacchi alti sugli scalini di ferro, saliva sul suo treno, cercava un posto in 2° classe, sistemava la sua borsa elegante sul sedile accanto al suo e sedeva languida. Sfilava con cura i guanti di pelle, un dito alla volta con gesto femminile, se li posava in grembo e lentamente accavallava le gambe. A questo punto, se qualche uomo si trovava nel raggio visivo che permetteva di vederle, di sicuro non avrebbe più staccato lo sguardo da quelle gambe perfette. Questo le dava un certo vantaggio, almeno su una buona metà dei passeggeri… ma lei aveva altri programmi. Si guardava intorno discretamente, si soffermava sui compagni di viaggio, tutti vagamente assonnati in quel momento. Ma è quella l’ora in cui le anime si destano e hanno ancora la purezza del risveglio, quella “facilità di lettura” che sembra svanire durante il giorno, in mezzo agli affanni della quotidianità e ai ruoli che ognuno di noi è chiamato a rivestire. A quell’ora si è ancora se stessi, nel senso più intimo, si è ancora in parte avvolti dal ristoro del sonno, se è stata una buona nottata; oppure si portano in viso i segni di una notte passata a combattere i propri mostri o il sonno che non vuol venire.

Aveva deciso di passare quell’anno a studiare le persone: una persona al giorno, metodicamente. Era il suo impegno, o meglio il suo unico impegno, ma lo adempiva con estremo rigore. Non c’era neanche uno scopo prefissato, semplicemente era la cosa che meglio le riusciva fare e, non ultimo, aveva tanto di quel tempo libero che non sapeva come impiegarlo… ora che era rimasta sola.

Dallo sguardo, dai movimenti, dai gesti delle persone riusciva a comprendere mille cose, un po’ fantasticava, un po’ metteva insieme le tessere di un puzzle di cui solo lei, nella mente, conosceva il quadro finale compiuto. Assurdo e insensato che fosse, questo era il compito che si era scelto e le piaceva interpretare la “femme fatale”, che spande il suo fascino sugli ignari passeggeri e svanisce poi alla fine del viaggio lasciando nella loro mente il dubbio, la curiosità… in realtà avveniva anche l’esercizio contrario: era lei a stimolare la fantasia delle sue “vittime”, che erano quasi costrette a studiarla e interrogarsi sulla sua natura. Quando il viaggio finiva, avevano la sensazione di aver perso l’occasione di un incontro che avrebbe potuto cambiare il corso delle loro esistenze.

 

9 GENNAIO - ore 8:20 - Regionale 285 - LA PRIMA

Salgo sullo scompartimento, come ogni maledetta mattina. Questo treno puzza sempre di più, odore di freni, di sporcizia, di umanità. Mi sono dimenticata la spazzatura in terrazza, pazienza. Mi aspetta una mattinata tosta, quelli della IVC sono sempre più indisciplinati, non ascolteranno nulla della mia inutile lezione. Sai cosa gliene importa a loro degli Integrali e delle Derivate! Poi un’ora di supplenza, maledetto preside, poteva appiccicarla a qualcun altro, la Rossi non ne fa mai, chissà perché!

Cos’avrà quella là da guardare tanto? Però, che belle scarpe ha… una volta le ho comprate anch’io, un paio di decolletes nere di pelle lucida, mi stavano da Dio, ma tanto non ho mai l’occasione per metterle. Bella anche la borsa, deve essere piena di soldi, guarda com’è vestita, capelli appena fatti, uguali uguali ai miei…

Che vita… passi gli anni migliori a studiare e a costruirti un briciolo di professionalità in questa bolgia infernale che è la scuola e per che cosa? Che soddisfazione, sentirti sfottere dai tuoi alunni tra i banchi, le risatine, gli sguardi complici… gli adolescenti sono spietati, hanno la verità sempre in tasca e ti passano sopra come treni. A proposito di treni, ecco il controllore! Cosa ne sanno loro della vita vera? Sono pieni di oggetti, cellulari, Ipod, vestiti firmati pagati col sudore dei loro genitori e il vuoto nella testa. Che lavoro di m…., tornassi indietro l’esploratrice in India, farei piuttosto… altro che Integrali e Derivate… eppure a suo tempo la matematica mi piaceva, era la mia ragione di vita. Ma perché quella continua a fissarmi, crede di passare inosservata? La luce del sole le batte proprio sugli occhiali, lo vedo che guarda proprio me, il riflesso le dà sugli occhi. Ormai li ho imparati certi trucchi. Sì, però: che bel trucco che ha…

 

19 GENNAIO - ore 7:10 - Interregionale 126 - L’UNDICESIMO

Dove mi siedo? Contromano mi viene il voltastomaco, meglio in direzione di marcia. No, qui proprio no, c’è questa femmina elegantissima, non mi sentirei a mio agio, senti che buon profumo. Profumo di donna, quello che Maria non sarà mai, non può farcela. Lei è adorabile, affettuosa, ma le manca la femminilità innata, quella grazia, quell’appeal che rendono una creatura misteriosa e attirano qualunque uomo come una ragnatela la mosca. Mi fa pensare a Mrs. Robinson, quella della canzone. Questo profumo mi inebria, meglio andare un po’ oltre… ma l’odore mi segue… che donna! Con una così, un uomo deve sentirsi un metro da terra. Certo, le devi tener testa, ci vuole un professionista, oltre che un buono stipendio per mantenerla. Non uno sfigato come me. Ritorna alla realtà, Luca! Non è roba per te. Maria, lei sì che è roba per te. Forse potrei essere io a cambiarla un po’, a farla sbocciare, uscire dal suo guscio acqua e sapone, potrei regalarle un completino intimo giusto, una camicetta come quella, chissà come è morbida…E’ come se sentissi il suo sguardo sulle mie spalle, come una carezza… che scemo! Alzati, che è la tua fermata, se l’esame va bene, ci manca solo la tesi!

“God bless you, please, Mrs. Robinson…”

 

23 MAGGIO - ore 7:45 - Regionale 95 - LA CENTOVENTITREESIMA

Mamma mia, come pesa questa pancia, come farò tra un mese o due, mi sembra già di essere una balena… e poi ho una fame! Dopo il prelievo, mi precipito al bar dell’ospedale e mi mangio due cornetti! Speriamo solo che non ci sia troppo da aspettare.

Dove mi siedo? Ma sì, questa qui è rassicurante, magari scambiamo anche due chiacchiere tra donne.

“Buongiorno!”.

“Buongiorno”. Solleva per un attimo gli occhiali scuri, un bellissimo viso, ma lo sguardo è un po’ triste, sarà una donna sola, così bella e così sfortunata, magari il suo grande amore è lontano, o è morto. Triste sì, ma penetrante. Mi guarda con interesse, poi riabbassa gli occhiali. Non dico altro, non voglio passare subito da chiacchierona.

Il bimbo scalcia, non gli piace quando mi siedo, evidentemente provoco uno spostamento delle pareti della sua cuccia morbida che lo fa sobbalzare e preme la sua testolina sul collo dell’utero, un po’ fastidioso a dire la verità. Ecco, ora mi sono sistemata, la donna guarda il mio pancione, lo vedo perché il sole le batte sul viso e riesco a scorgere i suoi occhi.

Tommaso sarà un bimbo forte e sicuro di sé, come il suo papà. E io sarò la mamma più brava del mondo, dolce, comprensiva, severa al momento giusto. Ricomincerò a fare tutto quello che facevo prima, lavoro, sport, uscite con le amiche e me lo porterò in giro sempre. Semplicemente. Sarò una mamma easy-chic. Si può portare un neonato in palestra? Certo, mi metto la carrozzina accanto al tapis-roulant, che ci vuole? Perché non ho mai visto nessuna mamma con il bimbo accanto? Non ci pensano? Neanche al cinema ho mai visto carrozzine, cosa c’è di meglio di un bel film, magari anche il bambino si rilassa! E quando cominciano i saldi, me lo porto in giro per i negozi, imparerà a camminare tra i banconi della profumeria mentre io provo le creme e ascolto i consigli della commessa, chissà come si divertirà!

La signora in tailleur mi sta ancora osservando, sembrava un po’ infastidita dai miei movimenti, non si è neppure mossa quando il treno ha sobbalzato facendo cadere il giornale e la trousse con tutti i trucchi si è aperta; poteva anche aiutarmi a raccoglierli, no? Non si aiutano più le donne incinta? Ma che ne sa questa, non ha la fede al dito né tantomeno l’aria di una mamma, non ha aperto neanche bocca quando le ho detto, così per avviare la conversazione: “Bella giornata, eh?!”.  Non volevo che per forza lei mi chiedesse, come si fa di solito: “Maschio o femmina? Quanto le manca?”. Però sarebbe stato carino, ecco.

 

22 OTTOBRE - ore 6:50 - Intercity 67 - IL DUECENTOSESSANTAQUATTRESIMO

Sono stanco, non ho più voglia di fare nulla. Perché mi trascino su questo treno ogni mattina, ancora dopo quindici anni? Ora che il mio futuro è incerto, perché mi sono alzato anche oggi? Che senso ha? Devo dirlo a Sonia oppure no? Questo è il mio dilemma, stanotte ci pensavo, ci ripensavo, che tormento… è giusto che lo sappia, ma perché metterle addosso ancora ansia? Mi è stata così vicina l’anno scorso, tra visite, ospedali, consulti, l’operazione, la convalescenza, le sue cure. Poi la lenta ripresa, ho ricominciato a godermi le giornate con lei, le preparavo il pranzo quando tornava dall’ufficio, io ero ancora in malattia. E lei, rientrando diceva: “Che profumino, così mi stai viziando, tesoro…”.

Mi sono seduto come un automa sul primo sedile libero, non mi sono neanche guardato intorno, ci sono sempre le stesse facce… nessuno mi ha colpito particolarmente, tranne quella signora là, bella donna, ma forse ho già visto anche lei qualche altra volta. Ha un’aria elegante, la vista gode nel posarsi sulle cose belle, proprio come quando, visitando un museo, ci si perde nella pura contemplazione estetica, senza confondersi con le didascalie, che servono solo a riportarci con i piedi per terra. Dovrebbero toglierle. Così è lei, semplicemente da contemplare.

Già mi sento meglio, forse sto solo dando un valore esagerato a un banale sintomo che non ha nessun significato clinico. In fondo è solo un dolorino, ricorrente sì, ma solo un fastidio. E se invece non lo fosse, se fosse un altro segnale?

Continuerò a guardarla, mi distrae e mi fa sentire meglio, come un training autogeno. Meglio non pensare.

Squilla il cellulare: “Sonia, amore, che c’è? Certo che è tutto ok… no, ho solo dormito male, sarà stata la cena o la primavera in arrivo, che ne so… sì, sono inciampato in corridoio, c’era lo sgabello nel mezzo, scusa se ho fatto casino… ci sentiamo più tardi, ti amo!”.

La donna elegante ha ascoltato, ha distolto lo sguardo quando ho riattaccato la chiamata, ma non ha fatto in tempo a voltarsi e i nostri occhi si sono incontrati. Non è una cosa educata, ma mi ha fatto piacere.

Sì, è solo una mia paranoia, e sembra averlo capito anche lei. È ora di scendere.

 

8 GENNAIO - ore 6:00 - Regionale 382 - L’ULTIMO

Anche stamani il 382… giro di controllo verso le 7:15, poi viaggio tranquillo fino alla stazione di C., almeno si spera. È un convoglio pieno di pendolari, molti studenti dell’università, poca gente in prima classe.

Ho preso servizio alle 6:00 e ho trovato i colleghi in sala controllo che fumavano. Il bar della stazione aveva appena aperto; prendiamo sempre il caffè appena la barista accende la Cimbali, giusto il tempo di farla scaldare e ci porta in ufficio le tazzine fumanti. Sono carine le ragazze del bar, è un lavoro duro per delle donne così giovani. Sono speranze spezzate, nessuna ragazza sogna da piccola di lavorare nel bar scalcinato di una stazione di provincia dimenticata.

Il caffè però è la prima cosa bella della giornata, è un rito che unisce milioni di colleghi di ogni lavoro in tutto il mondo, così come la sigaretta in compagnia. È un simbolo che ci accomuna, in quel momento in cui ciascuno vorrebbe essere altrove, e invece è ligio al dovere e va a lavorare. Il lavoro nobilita l’uomo, certamente, ma non proprio a ogni ora del giorno…

Il Regionale è arrivato con un minuto di ritardo, segnalato dalla vocina antipatica che annuncia i treni. Fino a qualche tempo fa c’era Mauro che leggeva gli annunci, prima che la vocina prendesse il suo posto e lui anticipasse la pensione di un paio d’anni. Ora c’è questo tono metallico e impersonale, e le pause tra le parole sono tutte sbagliate, è veramente irritante. Quando non sa che dire, così, tanto per rompere il ghiaccio, ti ricorda di “Allontanarsi dalla linea gialla…”. Buttateci lei e il suo altoparlante, di là dalla linea gialla…

Mi sono abbottonato il giubbotto fino al mento per ripararmi, è una mattina nebbiosa e umida, e ho salito i gradini; è sceso Gianni, lui ha finito il turno, ragazzo educato e timido, mi ha salutato con un cenno della mano ed è sparito nel sottopassaggio. A casa ha una moglie e una bimba piccola che lo aspettano. Il caffè sarà già pronto anche per lui… che bello rientrare di mattina presto a casa, sentire l’aria un po’ viziata dal sonno degli abitanti. L’annuserà e poi andrà a letto a riposare. Quando smonti dal turno di notte tutti in città si affrettano, il traffico è nervoso e tu invece ti incammini lento verso il meritato riposo. Hai la faccia stanca, e quel leggero senso di nausea dovuto alla stanchezza, misto a una gran fame. È l’ora di colazione. Nausea e fame, vegliare con gli occhi e dormire col cervello… lo sa bene chi lavora di notte.

Il convoglio riparte, passo indifferente tra i vagoni e raggiungo il macchinista, Alfredo. “Era un po’ che non ci si beccava! Come stai? Fa freddino, eh?!”.

“Tutto ok, al solito siamo in ritardo di due minuti sull’orario, potrebbe andare peggio!”.

Il giro di controllo comincia invece in orario, mi piace sbrigare subito le faccende burocratiche, dovere del controllore ad ogni viaggio, compilare i registri… per poi rilassarmi un po’ in cabina quando siamo quasi all’arrivo.

Il lunedì è sempre pieno di passeggeri. A metà vagone due ragazzi si alzano, Ipod all’orecchio e zaini dietro la schiena. “Biglietti, prego”. E controllo i loro abbonamenti. Un “grazie” strascicato come i loro zaini, finto quanto il sorrisetto che mi rimandano indietro.

Procedo oltre, siamo quasi all’arrivo e dai finestrini scorgo i campi dai quali si sta lentamente alzando la nebbia. Muovo due passi e poso lo sguardo sulla creatura più bella che un uomo si possa augurare di incontrare in una mattina umida come questa. “Buongiorno!”.

Questo non era affatto strascicato, era un saluto pieno di speranze di un uomo “solo - mezza età - stipendiato - ottimo compagno - conoscerebbe signora per eventuale amicizia - astenersi perditempo”… quanti annunci simili ho mandato in passato, la mia mente fantasticava sulle potenziali lettrici che si sarebbero precipitate a rispondere alla casella di posta, ma le uniche furono extracomunitarie in cerca solo di un documento di identità migliore del loro… così ho rinunciato anni fa. La signora mi rimanda uno sguardo languido, solleva per un attimo gli occhiali scuri e un raggio di sole, uscito per primo tra la nebbia apposta per me le colpisce gli occhi, così che è costretta a ripararsi istintivamente e le cadono dal grembo i guanti. Mi precipito a raccoglierli. Profumano di donna, faccio due passi avanti e porto la mano sul naso. Sì, è rimasto un po’ di quell’odore… è strano, è come se sentissi i suoi occhi sulle mie spalle, non mi volto per non infrangere quest’illusione, non è possibile che mi abbia minimamente notato, una così… eppure…

Sono riportato prepotentemente alla realtà dai segnali di arrivo al capolinea: “Signori, termine corsa!”. Il treno sta frenando, la stazione sta già allungando le sue banchine di marmo, vedo scorrere la striscia del marciapiede dalla porta del vagone, mi avvicino al maniglione e attendo la fermata. È confortante arrivare, qualunque sia la stazione, anche se dovrò naturalmente fare anche il viaggio di ritorno, se voglio tornare a casa… ma se non altro sono a metà del turno, la giornata si è rasserenata e in cielo splende finalmente un bel sole che scalda un po’ il cuore.

Attendo che anche l’ultimo passeggero scenda. Quando non vedo più nessuno mi avvicino alla locomotiva. Alfredo è ancora seduto al posto di comando e sta sistemando le sue cose nella borsa; si calca il berretto in testa e mi sorride: “Ci prendiamo un caffè?”. Non faccio in tempo a rispondere che… “No, mi scusi, il signore è con me, almeno spero!”.

È lei! Non credo ai miei occhi, ma voltandomi la riconosco, e non ci sarebbe stato bisogno di vederla, il suo profumo mi è rimasto nelle narici, e nei pensieri.

“Oh! In questo caso… buona giornata!”. Alfredo crede di aver capito tutto, e mi manda uno sguardo complice, mentre scende dalla vettura e chiude il portello. Invece io rimango esterrefatto, lei mi prende a braccetto e mi sussurra: “Questo caffè, me lo vuole offrire, oppure no? A proposito, come si chiama?”. Non so cosa devo rispondere, mi sembra tutto così irreale, succede solo nei film che una sconosciuta ti si avvicini e che lasci intendere che ci sarà “un seguito”, anche dopo il caffè… cosa devo fare?

“Sì… no, cioè sì, il caffè glielo offro… mi chiamo Mario, ma… scusi, non mi fraintenda: cosa vuole da me?”.

“Tutto, mi sembra ovvio… è un anno che ti cerco!”.

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