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Approfondimento: Castelsecco dalle origini a patrimonio Unesco

Castelsecco: la storia scritta da Silvia Vilucchi, Funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

 

L’altura di Castelsecco (m. 424 slm) si eleva a circa tre chilometri a Sud Est della città, quasi frontale rispetto al colle di San Donato su cui sorgeva l’antica Arretium, a dominare una delle principali vie di comunicazione tra la valle dell’Arno e quella del Chiana da un lato, la valle del Tevere ed il territorio umbro dall’altro.

Il suo profilo, con l’ampio pianoro sommitale appositamente sagomato da consistenti interventi antropici, risulta in lontananza ben riconoscibile dalla piana di Arezzo e dalle valli circostanti.

La parte meridionale della collina era sistemata in antico come un’imponente terrazza di forma pressoché ovale occupata da un complesso santuariale in età tardo etrusca (II secolo a.C.), leggermente gradonata e perimetrata sul lato Sud da una monumentale e scenografica struttura muraria semicircolare rinforzata e decorata da 14 speroni aggettanti, di cui i sei centrali con parete ricurva a formare esedre e forse in alto chiusi ad arcata. La struttura, conservata per un’altezza massima di m. 10, è realizzata a secco con grossi blocchi squadrati cavati in loco e prosegue, con blocchi più modesti, tutto intorno alla collina

Ritenuto nel passato di volta in volta sede del nucleo più antico di Arezzo, dell’acropoli della città, di costruzioni romane, dello stanziamento delle legioni romane, nella seconda metà dell’Ottocento fu oggetto di scavi ed indagini ad opera di Vincenzo Funghini, che documentò le strutture presenti ed illustrò i materiali rinvenuti.

Dopo brevi saggi eseguiti negli anni ’60 del secolo scorso, si deve però a Guglielmo Maetzke alla metà degli anni ’70, con ulteriori approfondimenti nel 1983-84, la sistematica esplorazione dell’area e la prima corretta interpretazione del sito sotto il profilo archeologico.

Si è così accertato come l’altura fosse frequentata fin dal periodo arcaico, come fosse stata oggetto di un grande intervento edilizio nel periodo ellenistico con costruzione del santuario e del muro monumentale di sostegno, cui fecero seguito rifacimenti architettonici in età romana, come fosse frequentata ed utilizzata in età medioevale e moderna, fino a tutto il XVIII secolo.

Successivamente l’area è stata usata per coltivazioni agricole con massicci interventi di spietramento, ma anche oggetto di vandalismi ed usi impropri (pista di motocross).

A partire dal 1969 la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha proceduto all’asportazione degli accumuli di terre e detriti ed alla rimozione della vegetazione infestante lungo il lato esterno del grande muro semicircolare di sostegno ed ai relativi interventi di consolidamento e restauro, restituendo all’imponente struttura tutta la sua monumentalità.

Contestualmente, partendo dalla pianta redatta da Vincenzo Funghini, ha proceduto all’esecuzione di saggi esplorativi e scavi approfonditi sul pianoro sommitale, evidenziando il grande “podio” rettangolare (m. 20 x m. 50) con orientamento Nord Est-Sud Ovest che si erge per circa m. 6 sul piano del santuario e che risulta costituito da uno sperone di roccia emergente regolarizzato, ritagliato ed integrato da riporti di terra, su cui doveva elevarsi l’edificio templare, di cui restano scarsissime tracce.

Un rialzo leggermente meno elevato, parallelo, situato ad Est, fa ipotizzare la probabile presenza almeno di un secondo edificio di culto.

Un reticolato di numerose trincee esplorative eseguite nello spazio antistante i templi presente in direzione Sud, ha evidenziato come tale area, totalmente priva di elementi strutturali, fosse stata in antico appositamente spianata con taglio e livellamento della roccia affiorante.

Ma la scoperta più rilevante fu la messa in luce dei resti di un edificio per spettacoli all’estremità Sud del pianoro più prossima al muraglione semicircolare perimetrale, assiale ma distanziato rispetto agli edifici di culto, in un abbinamento teatro-tempio analogo ai complessi architettonici e cultuali dei santuari medio-italici (fra tutti, quello di Pietrabbondante); il teatro appare progettato e realizzato contestualmente al muro di sostegno monumentale.

Dell’edificio risultava abbastanza leggibile e conservata la cavea, che si appoggiava ad uno sperone di roccia accuratamente livellato: l’ima cavea presentava in posto quattro bassi gradini cui si aggiungono tracce di almeno altri tre gradini alle loro spalle (media cavea), mentre la summa cavea, delimitata da un marciapiede che corre parallelo al muro curvilineo perimetrale, doveva forse essere costituita da strutture lignee o piuttosto da subsellia mobili.

Davanti alla cavea, si conservano: l’orchestra semicircolare, di cui era parzialmente in posto la pavimentazione a lastre lapidee su cui era intagliata una canaletta di deflusso delle acque; le parodoi; i resti del pulpitum rettilineo di cui non è definibile l’altezza originale rispetto all’orchestra, privo di alveo per il sipario elevabile; i resti della frons scaenae. Questa, lunga circa m. 18, presentava in facciata 8 speroni a pettine con interasse di m. 1,50 circa, forse fondazione di altrettante colonne a decorare lo sfondo della scena con una sorta di porticato. Alle due estremità due edifici quadrangolari, i paraskenia, sporgenti verso l’orchestra.

Il rinvenimento di un piccolo altare lapideo ritrovato rovesciato nell’orchestra, ma che doveva trovare la sua collocazione originale sul pulpitum, conferma il carattere cultuale del piccolo teatro e il presumibile argomento sacro delle rappresentazioni che lì si svolgevano.

Gli elevati dell’edificio scenico, probabilmente costituiti per lo più da materiali non lapidei, in parte lignei in parte forse con utilizzo di mattoni crudi o semicotti protetti da rivestimenti fittili, lastre decorate a stampo a rilievo e antefisse, non dovevano raggiungere un’altezza eccessiva, lasciando allo spettatore anche la vista del panorama retrostante.

Tra i materiali rinvenuti in più epoche nell’area di Castelsecco, particolare significato rivestono gli ex voto fittili rappresentanti bambini in fasce che attestano la presenza del culto di una divinità femminile legata alla fertilità e alla protezione della maternità. Ma parimenti significativo appare anche il ritrovamento di due lastre di pietra recanti dediche ad una divinità probabilmente femminile non nominata e a Tinia, in lettere etrusche. Si può quindi ipotizzare la presenza di un culto misto a conferma dell’esistenza di due edifici templari.

La monumentalità dell’area, una sorta di “belvedere” sulla città che era sorta e si andava sviluppando sul colle di San Donato, la sua peculiarità di santuario extraurbano ma in diretto contatto con la comunità urbana, posto a controllo del contado e di importanti direttrici di traffico, l’abbinamento di edifici templari ed edificio per spettacoli in muratura distanziati da un ampio spazio libero per assemblee, riunioni, feste e forse dedicato anche ad attività commerciali, attestante contatti culturali con l’area medio-italica ed il recepimento di influssi culturali ellenizzati nelle fasi iniziali della romanizzazione, forniscono straordinarie indicazioni sul ruolo vitale di Arezzo nel panorama dell’Etruria settentrionale, anche in relazione ai rapporti privilegiati con la potente Roma.

Come su accennato il santuario sembra perdurare anche in età romana imperiale, come attesta il rinvenimento di frammenti architettonici di decorazione marmorea.

Dopo una fase di abbandono, dall’alto medioevo l’altura appare nuovamente frequentata con la costruzione presso il teatro di una piccola chiesa ancora esistente nel XVIII secolo, identificabile come San Pietro “in Castro Sicco” di cui parlano le fonti documentarie, che ha restituito un altare ricavato da un blocco parallelepipedo proveniente sicuramente dalle mura monumentali. A Nord del podio del tempio fu costruito un oratorio dedicato ai SS. Cipriano e Cornelio (poi chiesetta di proprietà Giusti) e, nei pressi, una casa colonica; all’angolo Ovest dell’edificio scenico nel XV-XVI secolo, con le pietre asportate dal teatro stesso, una piccola abitazione.

I reperti rinvenuti in varie epoche sono conservati ed esposti nel Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate di Arezzo.

Al termine della lunga campagna di scavo, fu effettuato un intervento conservativo e di restauro anche delle strutture del teatro, di cui fu poi decisa la ricopertura. Si vuole a tal proposito sottolineare la saggezza e la lungimiranza dell'allora Soprintendente Guglielmo Maetzke che prese la difficile e coraggiosa decisione di reinterrare le strutture emerse, al fine di garantirne la salvaguardia e la conservazione per le generazioni future, in una zona isolata e di non facile vigilanza, soggetta a forte impatto degli agenti atmosferici ed in presenza di materiali costruttivi di alta deperibilità: possiamo dire oggi che grazie a tale scelta, Arezzo possiede ancora il complesso archeologico di Castelsecco.

Agli inizi degli anni ’90 del Novecento la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha intrapreso un ulteriore consistente intervento per il risanamento ed il restauro della poderosa struttura semicircolare. Nel 1978 fu dichiarato con decreto ministeriale l’importante interesse archeologico dell’area e nel 1992 si è svolto ad Arezzo un convegno  promosso dal locale Centro Unesco, in cui fu fatto il punto sullo stato degli studi e della ricerca, sui progetti di recupero e sulle prospettive dell’importante sito archeologico, che restano ancor oggi valida base per future strategie di valorizzazione.

Il recente rinnovato interesse per l’area di Castelsecco, con la finalità dichiarata del recupero e della riqualificazione sotto il profilo ambientale, paesaggistico, storico-archeologico, di un ampio ambito territoriale comprendente la collina di San Cornelio-Castelsecco, non può che trovare concorde e collaborativa la Soprintendenza per i Beni Archeologici, ma si vuole nuovamente rammentare che qualsiasi azione preventivata sotto il profilo della valorizzazione-gestione-fruizione dell’area archeologica, dovrà tener conto della salvaguardia dei beni presenti

Tanto più, la messa in luce, o rimessa in luce, delle strutture antiche, dovrà necessariamente essere contestuale ad adeguati interventi conservativi, considerati già in sede di individuazione delle risorse finanziarie previste per il progetto d'indagine stesso.

 

 

Un’associazione per il parco archeologico naturalistico di Castelsecco

 

L’associazione Castelsecco è nata nel 2002 e ha sede ad Arezzo. Presidente è Maria Grazia Tonioni. Scopo dell’associazione è il recupero e la promozione dell’area archeologica di Castelsecco e della collina di san Cornelio, finalizzata alla costituzione di un parco archeologico-naturalistico, con positive ricadute turistiche, e di un polmone verde di cui possa beneficiare la città. L’intento dell’associazione è sempre stato lavorare di concerto con le istituzioni e chiunque intenda valorizzare e implementare la fruibilità dell’area, partendo da una sua bonifica naturalistica, da interventi di messa in sicurezza dell’area archeologica e dal recupero degli immobili esistenti.

Nel corso degli anni, l’associazione ha usufruito dei contributi della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze che hanno coperto i costi di progettazione, la ripulitura e il decespugliamento dell’area sommitale della collina dove insiste il sito archeologico, ventidue ettari complessivi, l’acquisto della chiesetta Babbini-Giusti, il recupero e il restauro della stessa.

Prossimo obiettivo: la realizzazione del parco urbano di San Cornelio, per il quale è stata presentata dall’associazione nel maggio 2011 domanda per la manifestazione di interesse di cui a specifico avviso pubblico. In base a questa domanda, si profila a un percorso congiunto con l’amministrazione comunale in vista del raggiungimento dell’obiettivo suddetto.

 

 

Il ruolo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze

 

L' adesione dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze al progetto di recupero del sito di Castelsecco si inserisce pienamente nella strategia dell’Ente Cassa di sostenere quelle iniziative di valorizzazione di un luogo, in questo caso abbandonato da decenni, da destinare alla fruizione della comunità che vi abita oltrechè di alto valore storico e artistico. Questo  nostro lungo intervento (i primi stanziamenti risalgono al 2006) è ancora più significativo perché si colloca in un contesto che vede interagire tutte le realtà del territorio dando vita ad una esperienza pubblico-privata che non sempre è facile realizzare. In tale contesto si segnala, per la sua generosità, lo sforzo compiuto all’Associazione Castelsecco che ha saputo avviare la concretizzazione di un ‘sogno’ cominciato quasi 10 anni fa.

L’intervento dell’Ente Cassa è stato indirizzato non solo a sostenere la fase progettuale, ma anche ad accompagnare i principali passaggi successivi ritenuti prioritari: la riqualificazione ambientale dell’intero sistema naturalistico del parco, il recupero dei percorsi 'storici e non' che legavano il centro urbano con il colle, la valorizzazione del 'Bicchieraia' indicato come direttrice elitaria di accesso pedonale al parco, la riscoperta e la valorizzazione dell’area archeologica di Castelsecco, il restauro e la reintegrazione della chiesetta di San Cornelio, della colonica semidiruta, del podere Palazzo e dell’annesso agricolo, la sistemazione dell’area sommitale al piazzale belvedere con giardino d’inverno ed arboreto, la progettazione di massima dei manufatti necessari alla pedonalizzazione del percorso lungo il Bicchieraia (passerella ed ascensori).

Siamo certi, che una volta ultimato, questo spazio costituirà un punto di forte attrazione turistica per le sue caratteristiche archeologiche sconosciute al grande pubblico e, allo stesso tempo, diverrà un significativo luogo di aggregazione per tutta la comunità locale.   

 

 

Recupero e prospettive di valorizzazione

 

Tutti più o meno hanno sentito nominare la sigla UNESCO, ma forse molti non sanno che esiste dal 1984 anche ad Arezzo un Club UNESCO, promosso nel 2003 “Centro” sulla base dei seguenti criteri, fino ad oggi adottati dalla Federazione Mondiale e stabiliti dall’Assemblea straordinaria, tenuta a Madrid nel 1986.

La permanenza attiva del Club da più anni con una continuità di lavoro in linea con i principi statutari e le finalità di azione indicate dagli Statuti Nazionali ed internazionali.

Una sede propria dotata di strutture per il lavoro, di adeguate tecnologie di supporto e di una biblioteca associata alle Biblioteche UNESCO (UNAL) aperta al pubblico interessato.

Dal Preambolo dell'Atto Costitutivo dell'UNESCO:

"La dignità dell'uomo esige la diffusione della cultura e l'educazione di tutti".

 

L'art. 2 recita:

"L'UNESCO aiuta il mantenimento, il miglioramento e la diffusione del sapere: vegliando sulla conservazione e la protezione del patrimonio di opere d'arte, monumenti d'interesse storico e scientifico, di libri, raccomandando ai popoli interessati delle convenzioni internazionali a tale effetto".

 

L'art. 7:

"Ogni creazione umana fonda le sue radici nelle proprie tradizioni personali, ma si espande al contatto con altre. È per questo che il Patrimonio, in tutte le forme, deve essere conservato, valorizzato e trasmesso alle generazioni future, quale testimonianza dell'esperienza e delle aspirazioni umane per nutrire la creatività in tutta la sua diversità e instaurare un vero dialogo fra le culture".

 

Attenendosi a questi principi il Centro UNESCO di Arezzo nel 1992 inserì nel suo programma il progetto di restituzione all'uso primario del teatro etrusco di Castelsecco, situato sullo stesso asse di un Santuario che ripete essenzialmente lo schema compositivo di noti santuari italiani come Gabii o Pietrabbondante, ed organizzò un convegno mirato a riscoprire e quindi valorizzare il complesso archeologico e paesaggistico nell'area di San Cornelio.

Presero parte al convegno l'intero direttivo nazionale della Federazione dei Club e Centri UNESCO, la Soprintendenza archeologica della Toscana, il Soprintendente del Teatro Comunale di Bologna, dott. Sergio Escobar, insigni studiosi ed esperti di Etruscologia, come il prof. Giovanni Colonna e il prof. Guglielmo Maetzske.

L'importanza del convegno si può arguire dalle persistenti e continue richieste degli atti del convegno da parte di studiosi di tutto il mondo.

E dal convegno emerse un progetto, che proprio in questi ultimi mesi è ritornato all'attenzione non solo delle istituzioni cittadine e dei nostri rappresentanti civici, ma anche dell'opinione pubblica tutta. Da qui le ragioni, vorremmo dire storiche, che spiegano i motivi dell'adesione e di conseguenza di un accordo vero e proprio con l'Associazione Castelsecco, che si propone di dare il giusto e il meritato rilievo ad un'area tanto importante sia dal punto di vista archeologico che sotto il profilo naturalistico.

La valorizzazione dell'uno è inscindibile dal recupero dell'altro e viceversa. Ciò consentirebbe una fruizione articolata e completa dell'area e il tutto diverrebbe il luogo ideale per attività formative e divulgative, tanto nell'ambito delle scienze della natura e del paesaggio, quanto in quello delle scienze storiche e archeologiche.

Un progetto siffatto in sintonia con i valori dell'UNESCO, costituirebbe il necessario baluardo per salvaguardare l'area intera da iniziative speculative: la Sacralità del luogo non deve essere profanata!

L'altura di Castelsecco (m 425 s.l.m.) si eleva a circa 3 km a sud di Arezzo, in direzione della Valtiberina e supera di circa 100 m la parte più alta della città.

La presenza sul lato sud-est, al margine della collina, di un'imponente cinta muraria, parzialmente in vista anche nel secolo scorso, ha determinato nella letteratura archeologica ottocentesca grande interesse, dando luogo a varie interpretazioni.

Il colle fu, infatti, variamente ritenuto sede della più antica Arezzo "Arretium vetus" (Muller e Gamurrini); acropoli della città, unita al centro abitato corrispondente all'attuale dall'enorme circuito difensivo (Funghini); costruzione romana (Inghirami, Gamurrini, Funghini) o infine stanziamento delle legioni romane nei secoli II e III a.C. (Lopez Pegna).

Si deve, tuttavia, all'archeologo Maetzske, che iniziò negli anni '70 la sistematica esplorazione dell'area e alcuni restauri, se si è giunti alla prima corretta interpretazione archeologica del sito.

La collina è stata sistemata in antico come un imponente terrazzo di forma ovale, leggermente gradinato, limitato da una scenografica struttura muraria, eretta a scopo di abbellimento e costituita da un muraglione di sostegno che gira a semicerchio ed è rinforzata da 14 massicci speroni aggettanti (larghi da m 1,40 a m 2,60), di cui 6 centrali con la parete di fondo ricurva a formare esedre e la parte superiore, forse, chiusa ad arco.

Il muro che nelle parti meglio conservate è alto m 10 è realizzato a secco e si compone di grossi blocchi irregolarmente squadrati, esso si prolunga in maniera più modesta, senza caratteri monumentali, tutt'intorno alla collina.

Nella parte superiore del colle la roccia è stata adattata, in modo da ottenere uno spiazzo rettangolare, sul quale sorse sicuramente un edificio di culto e lateralmente forse un secondo.

In corrispondenza del primo edificio (tempio) e in asse con esso è stato ritrovato un piccolo edificio per spettacoli, di cui rimangono solo 4 gradini dell'ima cavea.

Si conservano, inoltre, l'orchestra, le parodoi, tracce del pulpitum e le fondazioni di una scenae frons schematica.

La presenza di un piccolo altare, ritrovato rovesciato nell'orchestra, sottolinea il carattere di culto dell'edificio.

Il binomio teatro-tempio ripete essenzialmente lo schema dei noti santuari italici con la disposizione di un edificio di culto di un antistante luogo per spettacoli nella stessa direttrice.

Nell'esplorazione del teatro sono stati ritrovati numerosi frammenti di lastre decorative fittili o ex voto rappresentanti bambini in  fasce, i quali fanno pensare ad un culto della dea della fertilità.        

Si può così ipotizzare che nel santuario potesse essere venerata una divinità femminile, protettrice della maternità, anche se non si può escludere sulla base di un'iscrizione tarda etrusca, rinvenuta nel XVIII secolo sulle pendici del colle recante una dedica a "Tinia" (Tins lut), la presenza di un culto misto.

Il Centro UNESCO di Arezzo, già da alcuni anni,  ha segnalato alla Federazione Nazionale Italiana dei Club e Centri UNESCO come "Testimone di Pace" il sito archeologico di Castelsecco e in particolare il teatro, unico esempio di teatro etrusco italico, finora discretamente conservato.

Il teatro sorge su un'altura, accanto ad un santuario, su grandi direttrici di comunicazione, punto d'incontro tra gente diverse e dalla notevole quantità di frammenti di statuette ex-voto di bambini in fasce è chiaro che sull'altura si è svolto un culto collegato con la maternità e l'infanzia.

È innegabile che il teatro di Castelsecco rappresenti una grossa novità per l'Etruria: è un vero e proprio teatro di tipo greco-ellenistico con un proprio edificio scenico, decorato con terracotte architettoniche, collocato in un santuario, come struttura accessoria al tempio.

In questo teatro, con ogni probabilità, sono state rappresentate le tragedie etrusche ricordate da Varrone che citava, come autore, un certo Volnius.

Il teatro è un luogo d'intreccio di coagulo di più elementi: creatività (o fantasia intesa come volontà di rappresentare l'immaginario), di pubblico, di fruizione, di tecnica, dunque ha una funzione sociale.

Il teatro di Castelsecco, inoltre, emana un forte senso di sacralità, che va conservato nel recupero. Il suo recupero deve ispirare nuove regole di comportamento: rispetto per il luogo (dovuto alla sua antichità), per l'ambiente (il sito archeologico si trova in cima ad un'altura, immerso nel verde), valorizzazione dell'identità culturale smarrita e punto di incontro per una riflessione comune.

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