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Approfondimento: Amintore Fanfani. Una vita per la politica

Amintore Fanfani: primogenito del notaio Giuseppe e di Anita Leo, nacque il 6 febbraio 1908 a Pieve Santo Stefano. Fin da giovane si impegnò nel locale associazionismo cattolico, ma gli studi lo condussero diciottenne a Milano, nelle aule dell’Università Cattolica di padre Gemelli dove, nel 1930, si laureò con lode in discipline economiche. L’intelligenza del giovane studente aretino non sfuggì a padre Gemelli, che immediatamente gli affidò alcuni incarichi di docenza. Fu la premessa di una fulminea carriera accademica che lo portò, già nel 1934, alla pubblicazione di Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo (1934), un volume che proiettò il giovane professore della Cattolica al centro di un dibattito storiografico di vaste proporzioni. Gli anni trenta furono per Fanfani anni di intenso lavoro, durante i quali elaborò progressivamente la propria interpretazione politico-economica, la stessa che, più tardi, costituirà il prezioso bagaglio che il Fanfani uomo di studi avrebbe consegnato al Fanfani politico. Critico tanto del socialismo collettivista quanto del liberismo individualista, egli seppe far proprie le aspirazioni della dottrina sociale della Chiesa e integrarle con le proposte più squisitamente teoriche della scuola istituzionalista statunitense. A interrompere la sua brillante carriera accademica intervennero i drammatici fatti del secondo conflitto mondiale: richiamato alle armi, dopo l’8 settembre 1943 Fanfani scelse la via dell’esilio in Svizzera, dove si sarebbe contraddistinto quale instancabile organizzatore della vita culturale degli esuli italiani e dove avrebbe perfezionato le proprie teorie sul controllo e l’incoraggiamento statale dell’economia. Rientrato in Italia nel luglio del 1945, Fanfani fu immediatamente raggiunto dall’invito di un caro amico nel frattempo divenuto vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giuseppe Dossetti, che lo chiamò a Roma per affidargli alcuni incarichi organizzativi dentro il partito. Ad attendere quel giovane e inconsapevole professore, improvvisamente scopertosi politico, vi sarebbe stato quasi mezzo secolo di vita politica ad altissimo livello; una carriera costellata di trionfi, brusche cadute e inaspettate ricomparse; la vicenda di un uomo sicuro di sé e autoritario, impulsivo e amante della sfida, aperto al compromesso, mai alla resa. A Roma Fanfani ritrovò molti amici milanesi. Con Dossetti, La Pira, Lazzati e Glisenti condivise non solo la modesta abitazione in via della Chiesa Nuova ma, soprattutto, la forte vocazione al riformismo sociale. Fu proprio muovendo dalla corrente dossettiana di “Cronache sociali” che Fanfani venne eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente. Il suo nome è ancora oggi legato al dettato dell’articolo 1 della Costituzione repubblicana, di cui l’aretino fu il grande ispiratore; portano tuttavia la riconoscibile impronta dello stesso Fanfani anche molti articoli più squisitamente economico-sociali. Le doti messe in evidenza da Fanfani in Costituente e all’interno del partito, di cui si era dimostrato attivo organizzatore, non sfuggirono a De Gasperi che nel maggio del 1947 gli affidò il primo incarico di governo, quello di Ministro del Lavoro, nelle cui vesti Fanfani promosse il celebre «piano Ina-casa», il celebre e celebrato provvedimento che permise, in pochi lustri, l’edificazione di circa 350.000 abitazioni. L’interventismo sociale che emerse durante il suo primo incarico ministeriale contraddistinse anche la sua azione di Ministro dell’Agricoltura e Foreste (1951): fu lui a gestire la riforma agraria di Segni e a integrarla con un’ampia gamma di provvedimenti (la c.d. «Legge per la montagna») che prevedevano interventi tesi a sostenere l’economia delle aree montane e a ridurre il costo del loro progressivo spopolamento. Nel 1953 giunse la promozione a un Ministero “pesante”, quello degli Interni, passaggio obbligato per raggiungere un traguardo più ambizioso: la Presidenza del Consiglio. Il primo tentativo di formare un governo Fanfani fu quello del gennaio 1954: non ottenne la fiducia delle Camere ma a premiare l’intraprendenza di Fanfani ci pensò il partito, che, al congresso di Napoli di quello stesso anno, lo proclamò segretario affidandogli, di fatto, la difficile eredità di De Gasperi. Lo sforzo organizzativo del segretario fu certamente premiato dal largo successo della DC alle elezioni politiche del 1958. Fanfani, naturale designato alla guida del governo, ebbe quindi buon gioco a formare il suo secondo esecutivo, che trovò stavolta in Parlamento una solida maggioranza. Fu tuttavia proprio il partito, pochi mesi dopo, a costringere Fanfani alla prima, clamorosa, uscita di scena. Nella compagine governativa, infatti, il Presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza, aveva tenuto per sé anche il Ministero degli Esteri, concentrando nelle sue mani un potere che nella storia della Repubblica nessuno aveva sinora detenuto. Una parte non trascurabile del partito, per altro, si mostrava sempre più preoccupata dall’ipotesi di apertura a sinistra, soluzione che Fanfani, in una prospettiva di lungo periodo, più volte aveva prefigurato. La crescente insoddisfazione in casa DC esplose alla fine del 1958 e il 26 gennaio del 1959, stanco del clima creatosi, Fanfani spiazzò tutti dimettendosi da ogni carica. La lontananza dalla politica, durante la quale Fanfani dovette sopportare il transito di molti dei suoi nella nuova corrente dorotea, non durò tuttavia a lungo. Nel luglio del 1960, dopo il fallimentare esperimento del governo Tambroni, Gronchi volle affidare a Fanfani un governo monocolore, quello che Moro avrebbe definito delle convergenze parallele: il PSI rimaneva fuori, ma si lavorava a creare spazio per il suo ingresso. L’esecutivo restò in piedi sino al febbraio del 1962. Erano gli anni della presidenza Kennedy, delle Olimpiadi romane, della vorticosa crescita economica, del pontificato di Giovanni XXIII. C’erano, insomma, tutte le condizioni affinché il progetto del centro-sinistra potesse andare finalmente in porto. Il congresso nazionale DC del gennaio 1962, tuttavia, registrò il persistere di un’opposizione interna al partito, anche se nel successivo governo, ancora affidato a Fanfani (il suo quarto, quello che si sarebbe ricordato soprattutto per la nazionalizzazione dell’energia elettrica), tornarono a essere presenti i socialdemocratici. Alle elezioni del 28 aprile del 1963 la DC perse oltre quattro punti. A finire sotto accusa non fu però la segreteria Moro, ma le linea governativa di Fanfani: contro di lui c’erano parte degli elettori (che non avevano gradito l’apertura a sinistra) e il gruppo doroteo, che di quella apertura ne aveva discusso le modalità. È prassi dimettere un governo dopo il voto; Fanfani provvide a farlo, ma le sue dimissioni furono ben più di una semplice formalità. Anche stavolta la lontananza dalla politica non durò a lungo e nell’aprile del 1964 Fanfani tornò a farsi vivo in una sezione romana della DC. Qualche mese prima, Moro era finalmente riuscito a portare i socialisti al governo, ma chi si attendeva dall’aretino parole di incoraggiamento verso l’agognato progetto fu costretto a ricredersi. Fanfani, il grande escluso, colui che del centro-sinistra era stato tra i primi alfieri, ne contestava severamente la meccanica realizzazione. L’intervento riaccese la popolarità del professore in quell’area democristiana scettica di fronte all’apertura di Moro; questi volle comunque inserire Fanfani nel suo governo, affidandogli gli Esteri, lasciati vacanti da Saragat, neo-eletto Presidente della Repubblica. Con questa nomina si aprì una lunga stagione (oltre tre anni) durante la quale, salvo temporanei allontanamenti, Fanfani avrebbe mantenuto saldamente la guida della Farnesina. Lo fece rivelando il suo proverbiale dinamismo, presenziando a numerosi vertici, incontri e appuntamenti internazionali e accrescendo le responsabilità del paese nello scacchiere mondiale. L’amicizia con Mattei, le iniziative di La Pira e il precedente interim agli Esteri lo avevano già introdotto nei meccanismi della politica internazionale; il nuovo incarico contribuì a fare di Fanfani l’ambasciatore dell’Italia all’estero, un ambasciatore sempre diviso fra la fedeltà alla scelta atlantica e la salvaguardia dell’indipendenza nazionale. A coronamento di questa attività arrivò anche la designazione alla presidenza della XX Assemblea Generale dell’ONU (1965-66): fu lui, il 4 ottobre del 1965, ad accogliere al Palazzo di Vetro un amico di lunga data, monsignor Montini, da due anni asceso al soglio di Pietro col nome di Paolo VI. Alle elezioni del maggio del 1968 Fanfani abbandonò la Camera per passare al Senato. I colleghi lo indicarono alla presidenza dell’assemblea e, nelle nuove vesti, il professore abbandonò ogni incarico di governo. Era un altro, probabilmente, l’obiettivo da inseguire: la Presidenza della Repubblica; il nuovo incarico non era che un comodo trampolino per raggiungerla. Così, quando nel dicembre del 1971 si concluse il mandato di Saragat, Fanfani uscì allo scoperto. Dalla sua non c’era soltanto la segreteria democristiana, nelle mani di Forlani, ma c’erano anche l’esperienza, la maturità e una pacatezza di toni frutto delle tante burrasche passate. Fu il suo il nome indicato dal partito. Socialisti e socialdemocratici, però, non furono disposti a sostenere quello che ricordavano come il giudice severo del centro-sinistra. Dopo il fallimento di numerosi scrutini, la DC fu costretta a indicare un nuovo nome. Alla fine venne eletto Leone e, meno di un anno dopo, il nuovo Presidente avrebbe omaggiato lo sconfitto nominandolo senatore a vita. Presidente del Senato anche nel Parlamento uscito dalle elezioni del 1972, Fanfani, al congresso nazionale del 1973, fu nuovamente eletto segretario, a quattordici anni dalle sue polemiche dimissioni. Il partito decise di scommettere sulla sua esperienza e sulla sua strategia politica, quelle ritenute maggiormente capaci di riavvicinare i socialisti (la cui coesistenza negli ultimi governi si era resa problematica) senza compromettere l’identità democristiana. Furono due le spinose questioni che il segretario si trovò a fronteggiare nel corso del suo nuovo incarico. C’era da confrontarsi con l’ipotesi del compromesso storico, strategia che Fanfani, sempre più schierato su posizioni marcatamente anti-comuniste, si sforzò di ostacolare. Ma c’era sopratutto da misurarsi con le sinistre su un altro tema, quello della legge sul divorzio, dopo che il mondo cattolico ne aveva proposto l’abrogazione attraverso un referendum. Il segretario, nel 1974, si impegnò a fondo nella campagna per il sì, assumendo la guida del fronte anti-divorzista. Il responso delle urne, tuttavia, fu per Fanfani una severa sconfitta: il divorzio non venne abrogato e alle amministrative del 1975 il PCI superò la DC. Nel corso del consiglio nazionale del luglio 1975, Fanfani fu nuovamente allontanato dalla segreteria. Questa passò a Benigno Zaccagnini e Fanfani, ormai quasi settantenne, uscì nuovamente di scena. Nel Parlamento del 1976 Fanfani fu ancora una volta Presidente del Senato; si era abituato a ricoprire questa carica, che ben si addiceva a un politico navigato quale l’età lo aveva oramai reso. Di lui le cronache avrebbero parlato molto poco; si fece sentire soltanto nei drammatici giorni del rapimento di Moro, quando abbandonò l’iniziale posizione di intransigenza e rivendicò la necessità di trattare con i brigatisti. Negli anni a seguire Fanfani fu ancora una volta Presidente del Senato (dal 1982 al 1987) e ottenne altri e tuttavia poco significati incarichi di governo: la Presidenza del Consiglio di due governi di transizione (1982 e 1987), il Ministero degli Interni (1987-88) e il Ministro del Bilancio e Programmazione Economica (1988-89). Tra i pochi a non venir sfiorato dal terremoto giudiziario dei primi anni Novanta, Fanfani, ormai malato, appoggiò la nascita del Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli. Si è spento a Roma il 20 novembre del 1999.

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