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Approfondimento: “Dimenticherei volentieri ciò che i miei occhi hanno visto ad Auschwitz”

di Dario Agnoletti - studente della terza F della scuola media IV Novembre

Questo lungo viaggio rimarrà per sempre una pietra miliare nei miei ricordi. Il motivo di questa esperienza è proprio il ricordo: “Il viaggio della memoria per non dimenticare”. Dimenticherei volentieri ciò che i miei occhi hanno visto ad Auschwitz. Definire quel luogo come apocalittico è dire poco: appena siamo entrati, una fitta nebbia ha avvolto le nostre menti. All’improvviso un concitare di persone, munite di auricolari freneticamente pronte ad entrare nella storia si accalcavano. Con passo cadenzato ci siamo inoltrati fino al cancello d’entrata del campo dove, troneggiava in tono imperioso la scritta “ARBEIT MACHT FREI”, “il lavoro rende liberi”. Mai una frase tanto vera fu usata per depredare gli uomini della loro dignità, fino a renderli schiavi, simili alle bestie. Bestie, questo è il termine più giusto per definire coloro che entrate con un nome, cognome e dati anagrafici, ne sono uscite senza identità come cenere dai fumi dei camini per vagare, disperdendosi, nel vento. Treni e treni di persone senza colpa alcuna, se non quella di essere diverse, per etnia o ideologia politica, differenti da chi aveva ordinato questo sterminio. L’accoglienza, se così possiamo definirla, era pianificata nei minimi dettagli: i deportati scendevano dai treni e erano subito divisi in abili e disabili al lavoro. I bagagli che racchiudevano la speranza di una nuova vita, pieni di biancheria, oggetti personali, spesso di valore, erano ammassati per poi essere smistati secondo le disposizioni militari. La destinazione più probabile era la camera a gas. Solo il 10% dei deportati era abile al lavoro, il resto solo un flebile ricordo in attesa di transitare da un camino e divenire cenere nel vento. Gli orrori che ogni baracca racconta non avrebbero giustizia di essere esistiti. La stanza dei capelli, usati per tessere tessuti. La stanza degli occhiali, tolti con rabbia a coloro che secondo la razza ariana erano definiti difettosi. La stanza delle valige, dove migliaia di nomi si accalcavano alla mia vista stordendomi. Valige che nessuno mai potrà ritirare, perché il tempo si è fermato a quell’orrore. La peggiore, la stanza delle protesi, dove coloro che avevano avuto restituita la speranza di una vita normale, erano agli occhi dei nazisti solo dei deformi rottami animati. La stanza delle scarpe, dove migliaia di scarpe, 4000 paia che corrispondevano a soli 4 giorni di deportazioni, impolverate dal tempo, dal fango, calpestate nei viali del campo, che nessun orma lasceranno più se non quella della memoria.(o quella nella nostra memoria). La stanza più toccante è quella dedicata ai bambini, la cui unica colpa fu quella di non poter lavorare. Nel peregrinare da un blocco ad un altro si affollano alla mia mente migliaia di numeri, 11, 25, 60000, 68000, 45000, 21 e così via. Sì i numeri, quelli che sia in positivo che in negativo hanno dominato la storia. Alto il numero di coloro che hanno perso la vita, basso quello di chi si è salvato. Credo senza ombra di dubbio che la voglia di vivere sia stato l’unico motivo che abbia spinto pochi di questi sventurati a lottare per tornare ad essere definiti nuovamente uomini. Nel blocco 21, dedicato all’Italia, la frase di Primo Levi, ammonisce il visitatore affinché questi orrori non si ripetano. Ho visto cose che la mia mente non avrebbe mai potuto immaginare. Ci sono posti che stordiscono la vista. Migliaia di foto appese alle pareti, che ipnotizzano i nostri sguardi, che dirottano le nostre menti alla riflessione. Il filo spinato una volta elettrificato serviva da deterrente per la fuga o per essere di liberazione attraverso la morte. Ciò che ho visto ad AUSCHWITZ è terrificante ma mai quanto la grandezza di Birkenau, 130 ettari di terreno pianificato a baracche che adesso non esistono più, ma che del loro essere hanno lasciato i camini, delle finte stufe che dovevano servire a scaldare coloro che vi alloggiavano ma che in realtà non erano destinate a quello scopo. A testimonianza del loro dolore rimangono le macerie dei forni crematori che furono da tramite tra l’inferno e il paradiso. Sì l’inferno era ciò che hanno vissuto in terra, privazioni fisiche, materiali, ma soprattutto psichiche. Esperimenti genetici atti a modificare la razza ebrea; cosiddetta razza impura. Il forno era il mezzo di occultamento dell’olocausto che stavano compiendo; o forse il lasciapassare per una nuova vita. Migliaia di persone che con le loro ceneri sono servite da fertilizzante a coprire terreni fangosi o che si sono disciolti nei letti dei fiumi polacchi. Se dovessi definire ciò che ho provato direi un enorme senso di svuotamento; sì, ci sente svuotati, spossati poiché questo sterminio ha dell’incredibile. La storia ci racconta di atroci crimini commessi, nei confronti dell’umanità e mi voglio augurare, vista la mia giovane età di non dover più assistere a quanto ho solo visto e toccato con mano. Questo viaggio per me ha anche un valore affettivo legato alla memoria di mio nonno Francesco anche lui vittima di una prigionia ingiusta, ha vissuto anche se in minor parte, le angherie, le atrocità di un campo di lavoro vicino a Berlino. Dedico inoltre queste mie parole a migliaia di ragazzi che, come me, non hanno avuto la possibilità di crescere e di diventare uomini solo perché reputati diversi.

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